Il voto alla Madonna di Montallegro
La storia narrata da Francesco Brusco riguardo al voto fatto nel 1713 alla Madonna di Montallegro dalla gente di Leivi affetta, come tutto il circondario da un'epidemia di colera.Lo scritto, tratto da...., è dedicato da Brusco a Mons. Giovanni Croce, don Francesco Casella e Don Fausto Brioni Arcipreti di San Rufino.
vedi anche il sentiero per Montallegro
Fiutavo maggio.
Per bussola avevo il cuore e i fiori che si erano succeduti nelle maree di marzo e di aprile. Maggio sognavo.
E con me, un tempo sognava un paese. E gli alberi, le pozze celesti, la voce d'oro degli olivi. Si tendeva a quella data luminosa.
La nonna, nelle sere azzurre, diceva a volte: - le senti le campane del Monte?. E dopo qualche istante aggiungeva: - La gente di qualche paese è già salita lassù.
Persino di notte riudivo quel suono di campane che giungeva dal Santuario di Montallegro, attraverso Pianalunga, la Colla, i boschi dell'Anchetta, San Lorenzo.
Era vero, nelle settimane precedenti, la gente di molti paesi della costa di Rapallo e della Fontanabuona era già salita in processione per ringraziare, nel ricordo di voti implorati e concessi agli avi. La Signora dei Secoli, da quando era apparsa nel 1557, aveva affrancate intere contrade da epidemie di peste e di colera, dai pericoli dei pirati saraceni. Senza econtare le infinite, indimenticate, grazie private.
C'era e c'è una stella protettrice da molti secoli su quel monte di lecci!
- Stamattina sono passati quelli di Rì Alto. Vanno a ringraziare. Erano oltre cento, e tu dormivi - diceva la nonna - Ma preso tocca a noi.
I castagni cominciavano a mettere la vestina, bianche sonagliere in miniatura tintinnavano sui meli.
Al mio paese, San Rufino di Leivi, toccava la prima domenica di maggio. Si saliva (e ancora si fa) a ringraziare la Vergine per aver preservato il paese nel 1713 da una furiosa epidemia di colera. "Già tutto il paese era stato cintato" ricordano i vecchi libri di storia. "Molti giacevano morenti, parecchi infetti". E l'arciprete che raduna i pochi sani, li rincuora e insieme legano il paese alla protezione della Madre del Monte. Non c'era tempo da perdere. Partirono e portarono in dono votivo anche mezzo barile del
prezioso olio della loro terra. Fatta la processione, nel giro di poche ore anche i morenti si riebbero. Suonarono a lungo le campane sulle colline. Sembravano "un pezzetto di cielo" ricorda un'antica cronaca "quelle terre". Erano state visitate dalla Vergine.
E anno dopo anno la gente non aveva dimenticato. E col passare del tempo prima di salire occorreva seguire quasi un cerimoniale a cui partecipava tutto il paese. Il pri¬mo rito consisteva nella raccolta dell'olio da parte dei massari, nei tre quartieri: Costa-lunga, Mezzo, Solaro. Olio da portare come dono al Santuario.
La seconda operazione era più suggestiva. E avveniva nella chiesa parrocchiale. Occorreva tirare a sorte tra tutte le fanciulle nubili del paese, colei che avrebbe portato in processione il cosiddetto "Crocifisso delle donne" dalla località denominata "Cisterna", sino all'interno del Santuario. E con lei, le due damigelle. Sorteggio che un tempo implicava ragioni religiose, sentimentali e, diciamolo pure, un goccio di fanatismo.
Il sorteggio
Il sorteggio avveniva l'ultima domenica di aprile dopo la messa prima. L'arciprete si portava al centro della chiesa, con un sacchetto di lino in mano. Nel sacchetto, in minuscoli listelli di carta vi erano segnati i nomi di tutte le ragazze nubili del paese. Il silenzio che scendeva fra tutti i presenti toccava il cuore. Allora il sacerdote calava la mano nella fragile urna di tela, e rovistava a lungo. Le ragazze trattenevano il respiro. Finalmente un bigliettino veniva estratto e restava come una farfalla nella mano dell'arciprete, che, dopo un istante, pronunciava un nome. Era la prescelta, la ragazza che sarebbe entrata per prima col piccolo Crocifisso nel Santuario. Non di rado dopo che il nome si era diffuso, s'udivano commenti, le voci salivano di tono, i rappresentanti dei quartieri esclusi rumoreggiavano. Ma venivano tacitati con un perentorio: - Siamo in chiesa! - dell'arciprete.
Poi ancora il sacerdote rovistava nel sacchetto per estrarre i nomi delle due ragazze che avrebbero scortato la prescelta. Operazione a volte lunga perché le sorteggiate dovevano rappresentare i tre quartieri e spesso venivano estratti nomi della stessa frazione.
Fuori della chiesa iniziavano le discussioni, le previsioni, i pettegolezzi. Perché sulle tre sorteggiate esisteva una sorta di profezia: si sarebbero sposate entro l'anno. E poi una ridda di ipotesi sull'abito che avrebbero indossato. Esso doveva essere nuovo, per l'occasione, e di colore bianco; oppure rosa, celeste al massimo. Una settimana di passione.
Ma aprile era al suo colmo e, lontano, sul mare di Chiavari, apparivano oltre le creste degli olivi, le prime barche a vela, e dai prati giungeva l'aroma dei fiori e dell'erba novella.
La vigilia
Cominciava un giorno di fuoco. Qualcuno andava a tastare il polso a chi s'era fat¬ta una fama di saper prevedere il tempo. Se al mattino saliva il sole, il cuore del paese batteva come un volo di rondini. Ma se da Maxena, da Sampierdicanne salivano nubi doleva l'anima. Era come una malattia, se sopra il mare c'era un tetto di nubi. Perché nei pensieri di tutti esisteva Montallegro, e soprattutto ci si augurava un giorno di sole:
di fuori di ciò non esisteva più nulla.
A mezzogiorno l'arciprete cominciava a segnare il tempo con la "Campana grossa". Quei rintocchi avvertivano la popolazione, soprattutto le donne, di cominciare i preparativi, di procedere con un po' di digiuno e di rivolgere un pensiero agli avi e una meditazione sul Voto. Anche i ragazzi venivano tacitati, ma la loro allegria era incontenibile. Salire al Santuario, per loro, era come prendere il mare per un'isola fantastica.
Le ore scivolavano via, il sole splendeva sulle colline, spargeva polvere d'oro su ciascun minuto di quell'attesa.
Alle sedici un altro segnale di campana. Il cosiddetto `fugassin'.
E l'invito, questa volta era soprattutto diretto alle massaie, che erano più belle del solito perché nei giorni precedenti erano scese a Chiavari a farsi fare la "permanente" ai capelli. Era il momento di preparare la cima ed i cavoli (chiamati 'gaggette') che venivano riempiti con uova e formaggio. Chi ne aveva calava il salame appeso a stagionare; si bollivano le uova sode nelle pentole, con tutti i gatti di casa che assistevano interessati. Nelle madie la focaccia lievitava. Trafficavano gli uomini in cantina. Qualcuno si era già fatta barba con il rasoio a mano, ed aveva dato una passata di gras¬so agli scarponi. Gli aderenti alla Confraternita del SS. Sacramento controllavano che la cappa fosse bianca immacolata e ber, stirata. Che altro accadeva? Qualche prolungato muggire di mucche, perché qualcuno s'era dimenticato di portare il beverone.
E finalmente giungevano le diciannove.
Altro suono di campana, nel cielo dorato di maggio con le rondini impazzite. Quel segnale dei bronzi aveva un solo significato: - Coraggio! Il tempo promette bene. Domattina si parte.
Ma qualcuno, anzi due, da varie ore erano già partiti per Montallegro.
Avevano viaggiato spedito quei due, anche se portavano mezzo barile d'olio sulle spalle, il piccolo Crocifisso delle ragazze e le candele delle damigelle. Erano i due massari che a quell'ora entravano nel Santuario, ricevuti e festeggiati dal Rettore. Il sole del vespero era come un'ostia di corallo sopra Portofino, Rapallo navigava in un colore azzurrino, carovane di passeri facevano gazzarra sui lecci. Svelto il Rettore li conduceva nella foresteria, dove le suore avevano approntato un'allegra cena. Dopo aver cenato, ringraziato le suore, avevano appena il tempo di "tirare una boccata" di fumo, che il Rettore li invitava a prendere un meritato riposo, in attesa di quelli che sarebbero giunti l'indomani mattina, all'alba.
Il terzo massaro era rimasto in paese. Diremo in seguito il perché. Su San Rufino era calata la notte e lucevano le prime stelle. Molti dopo un meticoloso controllo degli abiti e dei cibi erano andati a letto, in attesa di un altro suono di campana. L'ultimo, prima della partenza.
In viaggio
Anche i galli prendevano in contropiede i rintocchi delle tre del mattino. Quel suono dava la sveglia e il buon giorno agli abitanti del quartiere Solaro. (Mezzo e Costalunga si sarebbero alzati un po' più tardi). Il paese e la campagna avevano ancora il vestito notturno. A tastoni, si scendeva dal letto per dare una scrutatine al cielo: tutto in regola. Le assi di casa scricchiolavano, l'allegria saliva. Nel trambu¬sto, vestendosi, si dimenticava sempre qualcosa.
E poi, chiuso l'uscio alle spalle, via per il sentiero verso la chiesa.
Verso il quartiere di Mezzo, dove già rosseggiavano le, finestre per i lumi accesi. L'aria odorava di stalle e di sorgenti.
Si udivano di quando in quando le voci dei più giovani e le loro allegre risate. Avanzando si riconoscevano nel buio gruppetti di persone sole e di intere famiglie, che sbucavano dai passi, vestiti a festa, allegri, con i fagotti delle scorte sulle spalle.
Già le tenebre cedevano un poco, sul mare appariva la linea dell'orizzonte.
Passi e passi. Oltrepassata la parrocchiale, superato il quartiere di Mezzo, di buon trotto si giungeva a Costalunga, la strada di San Lorenzo legava un po' le gambe. C'era un profumo d'acqua sotto la chiesetta, e nel baluginio dell'alba si saliva la scalinata dell'Anchetta.
Un passo, un altro; se non fosse stato per osservare il digiuno eucaristico qualcuno avrebbe morso un pezzo di focaccia.
Si udivano in quelle mezzeluci i campanili della Fontanabuona. I rintocchi di Torre di Camposasco, di Certenoli. Avanzare nel bosco era come percorrere una gigantesca bomboniera, che custodiva gli aromi delle vallate, i profumi delle campanule e delle foglie in crescita. Gli uccelli comincia-vano a pigolare, volavano via
dai cespugli. C'erano le cascine gonfie di fieno secco, zeppe di fogliaccio che mandavano afrori di sudore e di temporali.
Finalmente il cielo s'allargava, era come un'estasi quando si toccava il passo della Colla.
E l'arciprete dov'era? E il massaro? C'erano, c'erano; non s'erano fatti stacca¬re. L'arciprete viaggiava di conserva insieme al massaro, il terzo apostolo, che portava i paramenti e una borsa. Ed entrambi discorrevano insieme, adagio, in buona intesa.
E finalmente il sacerdote varcava la Colla, in buona luce.
E nella luce si potevano osservare, più sotto, le case di Zoagli, la costa preziosa di Rapallo e Santa Margherita. L' ala di velluto di Portofino.
L'arciprete iniziava il rosario.
Adesso il camminare era più agevole, le Avemaria si perdevano tra l'erba che aveva un colore quasi mistico. Coraggio, non bisognava perdere troppe battute per¬ché alle sette bisognava essere pronti presso la Cisterna. Le ragazze cominciavano a controllare l'abito e le scarpe delle compagne, ritrovandosi in cuore qualche rammarico; qualche ragazzino indossava l'abito della Prima Comunione dell'anno passato.
Le tre prescelte procedevano in una nube di incenso.
E all'improvviso, senza scalpore, iniziava un miracolo. I narcisi. Il loro profumo scivolava tra le radici, tra le cortecce, i fili d'erba. Un profumo simile a un'immersione nel regno dell'infanzia. Sapevano d'altare, d'acqua benedetta, quei narcisi, seminati dagli angeli sulle colline.
E finalmente si giungeva in vista del Santuario.
Genuflessione dell'arciprete e di tutti i presenti. L'arciprete iniziava a recitare la Salve Regina. Lo seguivano tutti, quella banda festosa che andava ad assaltare con amore, gioia, ricordi il bianco Santuario. Un monile celeste, netto tra gli alberi. Soli¬tario com'è solitario l'universo.
Scomparsa la fatica della scalata, sommersi i crucci, restava quel breve volo tra i lecci di Pianalunga per l'appuntamento alla cisterna, dov'era il quartier generale.
Quando l' arciprete arrivava sembrava un pastore che è la guida per tutte le peco¬re. Lo salutavano, l'accerchiavano, imponeva calma, contegno e soprattutto sveltiva le operazioni. In pochi minuti la processione era pronta. Pronta la ragazza col Crocifisso, a puntino quelli della Confraternita del SS. Sacramento, con qualche fanale; in fila i chierichetti, le donne e gli uomini scaglionati a intervalli regolari.
Procedamus!
Non c'era nemmeno il tempo di guardare il campanile già smaltato dal primo sole; il Golfo di Rapallo allagato di turchino; suonavano le campane. La facciata del Santuario come una apparizione! Rintoccavano le sette.
E una bella ragazza, vestita di nuovo, con accanto due fanciulle fresche come gardenie, entrava nel Santuario reggendo alto il Crocifisso processionale.
La casa della Vergine splendeva come se l'illuminassero tutti i petali della primavera, e il santo odore dell'incenso tutti avvolgeva.
Il primo sguardo finiva sul catino dove l'azzurra Madonna affrescata dal Bara¬bino sembrava far cenno d'entrare. Gli occhi cadevano in seguito all'ampio scrigno sopra l'altare, dov'è il prodigioso Quadretto. Un quadretto portato sul Monte dagli angeli. Sguardi furtivi volavano sugli ex-voto. Ma l'arciprete era già sull'altare, diritto, solenne, forte, come era forte e ardente tutto il paese.
Introibo ad altare Dei – diceva a voce alta – E la Messa cominciava.
Com'erano limpide e potenti le parole della messa nel santuario e con quale intensa concentrazione celebrava l'arciprete. Nella predica poi rovesciava tutto l'amore, il riconoscimento, insieme con i ricordi e il ringraziamento alla Vergine. Ed era come se vi fossero presenti quelli che vi erano saliti per la prima volta nel 1713 e poi, via via, in una catena ininterrotta nel tempo gli altri, vivi e morti, legati per sempre alla Vergine.
Troppo presto terminava quella Messa!
Al termine, l'arciprete scioglieva l'assemblea: una moltitudine di persone era alleggerita dai problemi, ossigenata dall'aria celeste del Santuario
Colazione al sacco
Era il momento di cercarsi un posto nelle balze sopra il santuario, per consumare la colazione, e magari cuocere sull'ardesia una fetta di carne.
Uscendo dalla chiesa, il piazzale era gremito di gente proveniente da molte località del circondario, conoscenti, persone incontrate alla sagre e alle fiere del Tigullio, vecchi innamorati del Santuario. C'erano anche gli abitanti di Oneto e di Torre di Camposa¬sco, saliti anche loro a sciogliere il voto.
Le donne avevano fretta di aprire i pacchi, i ragazzi non vedevano l'ora di consumare all'aperto, all'ombra dei lecci.
Salutati gli amici, trovare un posto non era difficile.
Era tiepido il terreno; il sole, in alto, come una fanfara, ravviva l'ambiente e gli animi. Ecco distesa la tovaglia, il fiasco del vino posato sopra. Che bel colore aveva il mare di Rapallo visto tra le fronde, le voci armoniose delle campane rallegravano il cuore così come la fragrante focaccia. In quel clima il sapore delle 'gaggette' era insuperabile. S'alzavano voci da famiglia a famiglia, ridevano con garbo i giovani, le ragazze s'accudivano gli abiti, che avevano i colori di aprile - dov'è Portofino - chiedevano i più piccoli. - E queste voci di campane da quale chiesa arrivano?.
- Sono di San Maurizio dei Monti.
Ma altre se ne udivano: Canevale forse, Coreglia più probabilmente.
- Non muoverti! Aspetta! - dicevano le madri ai ragazzi. - Mangiati ancora un uovo. Ma erano intrattenibili i ragazzi, avevano avventure da correre. C'erano mirabolanti banchetti che offrivano dolciumi straordinari sul viale del Santuario.
Via allora verso la sala degli oggetti ricordo, con quel terrificante coccodrillo uncina¬to alla soffitta, i minuscoli canocchiali con le dieci vedute del Santuario. Le penne con l'Effigie. Le cartoline.
Dietro al banco le suore perdevano la bussola, per soddisfare le richieste di anellini, corone del rosario, immaginette.
C'era l'acqua miracolosa da bere nella cappella di San Giuseppe. Un consiglio: prima una bella sorsata di quell'acqua - un bel dono della Vergine - poi le cartoline ai parenti rimasti a casa, agli zii d'America.
Correvano le mamme anch'esse in confusione. Bisognava preoccuparsi anche dell'abbonamento al Bollettino e richiamare i più piccoli, incantati dal coccodrillo imbalsamato.
Poi il rito dell'assaggio del vino. Era vino speciale quello che si portava a Montalle¬gro. Una miscela di dolce col vermentino. Aveva dentro tutti gli aromi del paese, ed era contenuto nelle `sacche' le zucche seccate, che oggi non si usano più e che passavano da mano a mano, come in un girotondo. Bevevano all'impiedi, robusti, abbronzati, accanto agli enormi lecci. I più anziani ricordavano che in una sala della sacrestia esi¬steva un imponente quadro che raffigurava don Cogorno, arciprete del 1600 di San Rufino e salito in seguito a Montallegro come rettore. Anche un libro aveva scritto l'arciprete sull'Apparizione.
E di un altro sacerdote di Leivi si discorreva, Giovanni Battista Celle, che nel 1774 con l'aiuto della popolazione di Leivi aveva piantato oltre cinquecento alberi lungo il sentiero di Pianalunga. Raccontava una donna che una ragazza di San Rufino aveva dona¬to nel 1767 'un tronco piccolo di fiori finti'. Un dono poetico e misterioso.
E nel frattempo rientravano i piccoli con tra le mani le reste di nocciole, sigari di zuc¬chero a tre colori, croccante, i bastoncini di liquirizia. 'Borselen' e 'marronsini'. Qual¬cuno si guadagnava uno scapaccione. Il campanile batteva le nove e trenta. Attenzio¬ne: perché alle dieci occorreva essere di nuovo in chiesa per ripetere al contrario la processione del ritorno. S'udivano rondini e si scorgevano i falchetti che passavano alti in ronda come custodi del cielo, che aveva preso il colore delle ginestre.
Il ritorno
Per l'ultima volta, facendosi largo trai fedeli che gremivano il piazzale. Si andava "a salutare la Madonna". Si trattava di una cerimonia breve. Una corrente di amore fluiva tra i fedeli e la Vergine. Si spendevano in quegli attimi gli spiccioli di bontà della giornata.
Un ultimo sguardo alla Madonna, ancora l'odore delle candele, brillavano i candelabri e l'arciprete intonava Salve Regina! L'accompagnavano le belle voci delle ragazze, che vagabondavano a lungo nella volta del tempio.
La benedizione dell'arciprete era l'ultimo atto ufficiale nella Basilica.
Si ricomponeva in fretta la processione perché altri dovevano compiere la medesima funzione. Ed ecco riapparire sul portone il piccolo Crocifisso, sorretto dalla ragazza, le donne con la veletta, i confratelli del SS. Sacramento, con la candelina in mano. La processione s'avviava, s'udivano le litanie della Vergine, era variopinta e luminosa la processione: gli aromi e i colori del Santuario svanivano lentamente...
All'altezza della Casa del Pellegrino l'arciprete dava il via libera. E per molti giovani era davvero un allegro 'rompete le righe! `, perché, senza proferir motto cominciavano a galoppare. Volavano incuranti dei fiori, del terreno di Pianalunga, degli scorci marini, che sembravano decorati a mano, dell'infinita tribù di ginestre che bastava scuotere per farne scendere come pepite d'oro. Giù lungo i tornanti, a rotta di collo, quei ragazzi, tra le pietre d'argento, e le vecchie case diroccate, tra l'erba che esalava un profumo aromatico.
Correndo correndo, qualcuno arrivava per primo alla Colla. Il traguardo. Rapido, il vittorioso cavava un'enorme tromba marina, e iniziava un lungo suono monotono, che un altro era in attesa di udire. Aveva l'orecchio fine il campanaro di San Lorenzo, perché immediatamente iniziava il battacchiare, per informare il Paese che il Voto era stato adempiuto e la gente stava tornando.
E per l'intero pomeriggio su quel minuscolo campanile avrebbe suonato o scampanato incurante dei primi pellegrini che scendevano, che lo chiamavano e che rientrando ritrovavano le fasce già seminate o ancora da zappare, le vecchie teleferiche e i pochi rimasti a casa che si facevano sull'uscio: a gruppetti sarebbero passati tutti, salutati dalle campane. Un po' più tardi, quelli che avevano ancora qualche boccone nel fagotto lo consumavano sull'erba leggera, sul muschio della località denominata 'in Toi', dove la grande sorgente non tirava il fiato nemmeno un istante. Era delizioso gustare pane e salame con sorsi d'acqua di sorgente, rallegrati dal suono di campane.
E nemmeno l'arciprete sarebbe riuscito a bloccare quel campanaro indiavolato. Si fer¬mava, invece, l'arciprete nella chiesetta, con i massari e un gruppetto di fedeli, per rin¬graziare la Vergine del buon esito.
Mentre molti erano già al Bocco, altri sul lungo sentiero di Costalunga, alcuni sotto gli oliveti di Mezzo. I primi arrivati del quartiere portavano già un secchio d'acqua nella stalla.
Di pensare al lavoro, al duro, faticoso, tribolato lavoro dei campi, ci sarebbe stato tempo l'indomani, e tutti i giorni dell'anno. Adesso, sulle tavole di ogni casa, chi era salito al Santuario, rovesciava i "tesori" di Montallegro: un croccante, una cartolina, una "resta" di canestrelli.
E l'immagine della Vergine, col suo bel manto azzurro.




